GEORGE SAND
UNA GRANDE DONNA E UNA GRANDE INTELLETTUALE

a cura di Mariangela Barbiero - 14 aprile 2017

 

 

Mi capitato qualche tempo fa di leggere "Giardini di carta", il bel libro di Évelyne Bloch-Dano e, mi vergogno a dirlo, vi ho 'scoperto' George Sand. Mi vergogno ma non è tutta colpa mia! Sono una traduttrice professionale e nella mia formazione scolastica la letteratura francese ha occupato lo stesso posto in qualità e quantità di quella italiana. E per me, e per i miei compagni di studio, George Sand era solo l'autrice di "La Piccola Fadette" e donna eccentrica e trasgressiva, che portava i pantaloni e aveva celebri amanti.
Sono una sessantottina anagraficamente, politicamente impegnata (ma lo erano tutti gli italiani, allora), ma non ero femminista né interessata in alcun modo alle scorrerie sessuali del genere umano. Forse una piccola borghese anticonvenzionale (un ossimoro, senza dubbio). Mio padre mi fece leggere "I Miserabili" a undici anni: pensavo che fosse all'indice perché... conteneva una grande illustrazione di una donna col seno a metà nudo (era la Marianna ai tempi della Comune). Per me è stato il libro formativo per eccellenza e oggi credo che la differenza tra francesi e italiani stia proprio nei due libri che ci hanno accompagnato a scuola: I Miserabili e i Promessi Sposi. La conquista della giustizia contro la provvidenza calata dall'alto.
Lessi "La piccola Fadette" a quindici anni, troppo pochi. Oggi so che in quelle pagine, scritte nel 1849 c'era già tutta la Sand che ho imparato ad amare, a stimare, a onorare. Le più grandi passioni della mia vita sono le parole e le piante, in egual misura. Sono due universi che spesso si sovrappongono. Passo dall'uno all'altro con avidità. Ho imparato a leggere a quattro anni ma ho imparato ad amare le piante 'solo' a trenta, ma questa è un'altra storia.
Il libro di Évelyne Bloch-Dano mi ha stuzzicato a occuparmi di George Sand e così ho acquistato "Nouvelles lettres d'un voyageur". Si tratta di un romanzo, sotto forma epistolare, e l'io narrante è un uomo. Propongo qui di seguito la traduzione del terzo capitolo, dove il mondo delle piante è visto in maniera così moderna e attuale da lasciare interdetti.
Il libro è apparso postumo nel 1877, un anno dopo la morte di George Sand. Ripeto, sono rimasta profondamente scossa dalla mia ignoranza su questa grande intellettuale, frutto certo della visione maschilista della scuola dei miei tempi e del suo tristo ed efficace imprinting sulla me di allora. Questa è una piccolissima ammenda.

 

 

 

 

Il paese degli anemoni


Dal libro di George Sand
"Nuove lettere di un viaggiatore"

traduzione di Mariangela Barbiero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Madame Juliette Lamber, a Le Golfe Juan

Nohant, 7 aprile 1868.

Mi trovavo un mese fa in riva al Mediterraneo, costeggiando la bella spiaggia finemente frastagliata di Villefranche, e parlavo di voi sotto olivi piantati probabilmente al tempo dei Romani. Tre giorni dopo eravamo insieme molto più lontano, nella regione degli Styrax - non confondeteli più con gli Smilax (salsapariglia, ndt) e gli Styrax non erano fioriti; ma il luogo era comunque incantato, e in questo luogo avete detto una parola che mi ha fatto riflettere. Ve ne ricordate? Era nei pressi della sorgente dove abbiamo mangiato con eccellenti amici. B..., il mio caro B..., botanico buono come chiunque altro, aveva spezzato un rametto dicendo: «Che stupido! Ho scambiato una daphne per un'eufphorbia!»
Voi volevate cogliere subito la pianta per evitarmi la fatica. Vi ho detto che non la volevo, che la conoscevo, che non era solo meridionale, e mio figlio si ricordava che cresceva nei nostri boschi di Boulaize, nel paese delle rocce di diaspro, sardonio e cornalina. A questo proposito, mi dite, con l'indignazione di un cuore generoso, che conoscevo troppe piante, che niente poteva più sorprendermi né interessarmi, e che la scienza rende freddi. Avevate ragione? Io mi dicevo interiormente: So che lo studio infiamma. Avevo torto? Avevamo laggiù troppo sole sulla testa e troppi sassi sotto i piedi per conversare. Ora con testa e piedi riposati, parliamone.
La scienza... Che cos'è la scienza? Una strada che parte dal noto per perdersi nell'ignoto. Gli sforzi degli studiosi hanno aperto questa strada, ne hanno reso l'accesso facile, le asperità praticabili; non potevano fare di più, non hanno fatto niente di più; non hanno disvelato l'ignoto, questo limite inafferrabile che sembra indietreggiare a mano a mano che l'esploratore avanza, questo limite che è il grande mistero, l'origine della vita.
Si può studiare con progresso continuo come funziona la vita di tutti gli esseri: lavoro d'osservazione e di constatazione molto utile, molto interessante. Dacché si cerca di cogliere l'operazione che fa la vita, si cade inevitabilmente nell'ipotesi, e le ipotesi degli scienziati sono generalmente fredde.

Perché, mi direte voi, uno studio che trovate ardente e pieno di passione, conduce a gelide conclusioni? Non so; forse, a forza di sviluppare minuziosamente le alte energie della pazienza, l'esame diventa una facoltà troppo preponderante nell'equilibrio intellettuale e di conseguenza un'infermità relativa. Il bisogno di concludere si fa sentire, assoluto, imperioso, dopo una lunga serie di ricerche; si fa la sintesi di milioni di analisi che si sono portate a termine, e si prende questa sintesi, che non è che un lavoro umano tutto personale, più o meno ingegnoso, per una verità dimostrata, per una rivelazione della natura. Lo scienziato ha camminato lentamente, ha misurato ogni suo passo, ha nobilmente sacrificato l'emozione all'attenzione; perché è uno spirito rispettabile quello del vero scienziato, è un'anima fatta interamente di coscienza e di scrupolo. È il bevitore d'acqua pura che si proibisce il liquore dell'entusiasmo che la natura distilla da tutti i suoi pori, liquore inebriante che ubriaca il poeta e lo fa smarrire. Ma il poeta è fatto per perdersi, il suo cammino è l'assenza di cammino. Lui si fa strada attraverso tutto e, se non trova il positivo della scienza, trova il vero della pittura e del sentimento. Tale è un naturalista di fantasia, che si deve tuttavia elevare al rango di sacerdote della natura, perché egli l'ha compresa, sentita e cantata sotto l'aspetto che la fa vedere e amare con entusiasmo.

Lo studioso propriamente detto è calmo, bisogna che lo sia. Amiamo e rispettiamo questa serenità alla quale noi dobbiamo tante ricerche preziose, ma non crediamoci obbligati a concordare con lui quando arriva per induzione a un sistema freddo. Questo solo aggettivo lo condanna. Niente è freddo, tutto è fuoco nella produzione della vita.

Questo mi ricorda un aneddoto. Un mio amico che studiava botanica si era innamorato del camedrio giallo (Teucrium flavum), pianta modesta ma dai colori tanto delicati. Era preso dall'entusiasmo e quando lesse la descrizione della pianta in un trattato di botanica, peraltro eccellente, cadde su questa illustrazione della corolla: fiore di un giallo sporco. Lo vidi gettare il libro in preda alla collera, esclamando: «Siete voi, disgraziato autore, che avete gli occhi sporchi!»
Si potrebbe dire lo stesso di coloro che giudicano le azioni e le intenzioni altrui sul proprio metro; ma ai buoni e seri scienziati che vedono la natura fredda nelle sue operazioni incandescenti si potrebbe anche dire: «Siete voi che avete lo spirito raffreddato per il troppo lavoro.»
L'autore de La Plante, questo spirituale e poetico Edouard Grimard, di cui vi raccomando il libro, anche lui ha tuttavia fatto atto di sottomissione quasi completa ai verdetti degli studiosi sulla legge della vita nei vegetali. Quando lo leggerete, insorgerete davanti a questa pagina, lo so; così, per non vedervi abbandonare l'idea di studiare i fiori, mi voglio affrettare a dirvi che anch'io protesto, non contro il sistema generalmente adottato in botanica, ma contro la maniera in cui la si espone e le conclusioni arbitrarie che se ne tirano.
Cercherò di riassumere il più semplicemente possibile, a rischio di forzare un po' il ragionamento per renderlo più concreto, e per mettervi più facilmente in guardia contro ciò che questo ragionamento presenta di specioso e persino di capzioso.
Parte da un'osservazione positiva, incontestabile. La pianta genera i suoi organi dalla propria sostanza; chi ne dubita? Da cosa li genererebbe? C'è bisogno di affermare che la zampa amputata che ricresce al gambero o alla salamandra è zampa di gambero per il gambero e zampa di salamandra per la salamandra? Il meraviglioso sarebbe che la natura s'ingannasse e creasse degli arlecchini.
Tuttavia gli studiosi si sono ritenuti obbligati a constatare e ad affermare il fatto, e hanno dato - molto a torto secondo me - il nome di metamorfismo all'operazione logica e obbligatoria che trasforma il petalo in stame dopo aver trasformato la foglia in petalo, come se una progressione di funzioni nell'organismo fosse un cambiamento di sostanza. Richiamano molto seriamente l'attenzione dell'osservatore su questo cambiamento di forme, di colori e di funzioni. Molto bene. Il passaggio da petalo a stame salta agli occhi nella ninfea, come nella rosa del giardino il passaggio da stame a petalo. Nella ninfea, la natura lavora essa stessa al suo perfezionamento normale; nella rosa, subisce il lavoro inverso che le impone la coltivazione per raggiungere un perfezionamento convenzionale; ma, di grazia, con che cosa, nell'uno e nell'altro caso, il fiore arriverebbe a farsi fecondo o sterile? E in ogni essere organizzato, animale o pianta, da cosa si forma l'organizzazione e la disorganizzazione, se non dalla sostanza propria dell'individuo, arricchita o dispersa?
Questa semplice osservazione ha fatto troppo rumore nella scienza e ha prodotto questa dottrina: la pianta sarebbe un povero essere sottomesso a strane fatalità; non sarebbe in stato di salute normale se non nello stato inerte. Resta da sapere chi sarà lo studioso che sorprenderà questo momento d'inerzia nella natura organizzata! Ma continuiamo. Dal momento che la pianta cresce e si sviluppa, entra in una serie continua di aborti. Il picciolo è un aborto dello stelo, la foglia un aborto del picciolo; così del calice, del perianzio e degli organi della riproduzione. Tutti questi aborti sono patologici, non ne dubitiamo, perché la fioritura è l'ultimo, è la malattia mortale.
Le foglie divenute petali si scolorano; sì, la scienza, ahimè, dice così. Queste brillanti livree nuziali, la porpora dell'adonide, l'azzurro del nontiscordardimè, sono decolorazioni, malattia, segno di morte, agonia, decomposizione, ora suprema, morte.
Questo è il verdetto della scienza. Essa definisce indubbiamente morte il lavoro della gestazione, dato che chiama malattia mortale il lavoro della fecondazione. E' evidente: se fin qua tutto è aborto, atrofia, sforzi falliti, il ruolo della vita è finito nel momento in cui la vita si completa. La natura è un'insensata crudele che non può procedere che per un concatenamento di false esperienze e di vani tentativi. Si sviluppa al solo fine di deformare, mutilare, annientare; tutte le ricchezze che ci presenta sono impoverimenti successivi. La pianta vuole formarsi in boccioli, ruba la sostanza del suo peduncolo per farsene un calice i cui petali diventano ladri a loro volta, e così di seguito fino agli organi, che sono apparentemente delle mostruosità, e che la morte giustamente punirà, poiché sono il risultato di un concatenamento di crimini.
Poveri fiori! chi crederebbe che la vostra adorabile bellezza abbia potuto ispirare una dottrina così triste, così amara, così feroce?
Rassicuriamoci. Si tratta solo di parole. Le parole, ahimè! words, words, words! che ruolo insensato e deplorevole giocano nel mondo! A quante oziose discussioni danno luogo! E cosa faccio io in questo momento se non una cosa perfettamente puerile, cioè confutare delle parole? Nient'altro, perché in fondo i dotti non pensano le assurdità che io sono forzato ad attribuirgli per punirli d'aver così mal espresso il loro pensiero. No, costoro non credono che la bellezza sia una malattia, l'intelligenza una nevrosi, l'imene una tomba; sarebbe una dottrina da fachiri, ed essi sono per condizione sacerdoti della vita, istigatori dell'intelligenza, rivelatori della bellezza nelle leggi che presiedono al suo ruolo sulla terra...
Ma dicono male; hanno non so quale fatalismo nel cervello, non so quale tristezza nella forma, e talvolta la voglia morbosa di stupire il volgo con bizzarrie paradossali, come se la scienza avesse bisogno di spirito!

Supponiamo ch'essi abbiano rigirato la domanda e che l'abbiano presentata pressappoco così:
- Dato che la natura ha per scopo la fecondazione e la riproduzione della specie, la pianta tende fin dallo stato embrionale a questo scopo, che è il complemento della sua vita. Ciò che essa deve produrre è un fiore per l'imeneo, un letto per il parto. Comincia con un germoglio, poi uno stelo, poi le foglie, che sono, così come il calice, il perianzio e gli organi, una successione di sviluppi e di perfezionamenti della medesima sostanza. Sarebbe quasi razionale dire che lo sforzo della pianta per produrre organi passa per una serie di abbozzi, e che lo stelo è un pistillo incompleto, le foglie stami abortiti; ma sopprimiamo la parola aborto, che è sempre il risultato di un incidente, e non applichiamolo a ciò che è normale, perchè è torturare lo spirito del linguaggio e oltraggiare la logica della creazione. Quando un fiore ci presenta costantemente il carattere di organi incompiuti che sembrano inutili, ricordiamoci la legge generale della natura, che crea sempre troppo, per conservare abbastanza, osserviamo la deposizione esorbitante di certi animali e, senza uscire dalla botanica, la profusione di semi di certe specie.
- Che si supponga la natura incosciente o meno, che la si faccia procedere da un equilibrio stabilito fatalmente o da una saggezza tutta materna, essa funziona assolutamente come se avesse la previsione infinita. Dunque, se alcune piante sono munite di organi sterili a fianco di organi fecondi, è perché questi ultimi hanno preso la sostanza dei primi nella misura necessaria al loro completo accrescimento. Questa pianta in virtù di altre leggi che sono a vantaggio di altri esseri, di qualche bottinatore alato o rampante, è esposta a perdere le antere prima della loro completa formazione. La natura le fornisce dei rudimenti per rimpiazzarli, e il loro aborto, lungi dall'essere nefasto, prova lo stato di salute dell'organo che li assorbe. Diremo che la fioritura esuberante degli alberi da frutto è un errore della natura? La natura è prodiga perché è ricca, e non perché è folle.
- Noi intendiamo - io faccio sempre parlare i saggi a mia guisa, non si dispiacciano - noi intendiamo non definirla generosa, per non perderci nelle questioni della Provvidenza, che non sono di nostra competenza e la cui ricerca ci è interdetta; ma se bisognasse scegliere tra la parola generosa e la parola imbecille, preferiremmo la prima, che ritrae infinitamente meglio l'aspetto e l'abitudine delle sue funzioni sul pianeta. Dunque, rigettiamo dal nostro vocabolario scientifico le parole improprie e inconvenienti di aborto e di malattia applicate alle normali operazioni della vita.

I dotti avrebbero potuto esprimere quest'idea in termini migliori; ma così come sono, ordinari e senz'arte, valgono di più di quelli di cui essi si sono serviti per snaturare il loro pensiero e rendercelo oscuro, puerile e un po' rivoltante. Non parliamone più, e teniamoci comunque cara la scienza e i suoi adepti. Voglio dirvi da dove traggo il mio affetto e il mio rispetto per i naturalisti, perché è questo il luogo per rispondere completamente alla vostra obiezione: la scienza raggela.
Io non ho la scienza, vale a dire che io non ho potuto seguire tutto il cammino tracciato nel dominio dello scibile. Un'applicazione tardiva, altri doveri, doveri sociali, poco tempo da consacrare al piacere di apprendere - il solo vero piacere puro - poca memoria per riprendere gli studi interrotti senza essere costretto a ricominciare tutto da capo, ecco i miei pretesti, non voglio dire le mie scuse. Ho appena percorso le prime tappe della strada, e ho ancora le gioie della sorpresa quando faccio un passo avanti. Devo dunque parlare umilmente e ripetervi: non so se veramente ci si raffredda e perché ci si raffredda quando si è fatto il tragitto più lungo possibile. Per spiegarvi la fredda ipotesi di un attimo fa, sono stato obbligato a ricorrere a delle ipotesi: ma ho studiato un poco e posso dirvi a colpo sicuro che lo studio infiamma. Ora, lo studio ci è dato da coloro che sanno, ed è impossibile rinnegare e misconoscere chi ci ha iniziato a forti e puri piaceri.
Queste gioie voi non le avete ben comprese e tuttavia non hanno niente di misterioso. Voi mi dicevate: «Amo i fiori con passione, ne gioisco più di voi che cercate la rarità e trovate senza interesse i mazzi che colgo per voi durante tutta la passeggiata.»
Innanzi tutto una confessione. Mi fate sanguinare il cuore quando devastate con la vostra incantevole figlia un prato stellato per ricavarne un fascio di anemoni colorati (Anemone coronaria ndt ) che appassisce nelle nostre mani nel giro di un istante. No, questo fiore raccolto non ha più interesse per me, è un cadavere che perde il suo piglio, la sua grazia, il suo ambiente. Per voi due, giovani e belle, il fiore è l'ornamento femminile: posato sulle vostre ginocchia, aggiunge un tono felice alla vostra coppia; infilato nei capelli aumenta la vostra bellezza; è vero, è legittimo, è piacevole a vedersi; ma né la vostra veste né la vostra bellezza aggiungono niente alla bellezza e alla veste del fiore e, se voi lo amaste per se stesso, sentireste che è l'ornamento della terra, e che è nel suo vero splendore là dove si erge elegante in seno al suo fogliame o quando s'inclina graziosamente sull'erba. Voi non ci vedete che la sua faccia colorata che scintilla tra il verde; camminate con profonda indifferenza su una folla di piccole meraviglie che sono più perfette per portamento, per fogliame e per l'organismo ingegnosamente strutturato di quelle più vistose, da voi preferite.
Non parliamo male di queste principesse che vi attirano, esse sono seducenti: ragione di più per lasciarle compiere il loro regale destino nel terreno e nel muschio in cui sono nate. Coglietene qualcuna per ornarvi, voi meritate delle corone, o per contemplarle da vicino, ne valgono la pena. Lasciatemene cogliere una per osservare le particolarità che il terreno e il clima possono aver impresso alla specie; ma lasciatemela cogliere da me, perché la sua radice o il suo bulbo, le sue foglie cauline, il suo stelo intero e il suo fogliame intatto, m'interessano tanto quanto la sua lucente corolla. Quando voi me la portate accorciata, sgualcita e mutilata, non è più che un fiore, cara devastatrice, avete distrutto la pianta. Di fronte a una pianta nuova per me, o mal classificata nei miei ricordi, o di dubbiosa specifica, sarò più barbaro, sacrificherò quattro o cinque soggetti al fine di poterli analizzare (il che rende necessario sezionare il fiore) e di poterne conservare uno o due esemplari, perché si ha sempre un amico col quale si ama scambiare le proprie piccole ricchezze.
Lo studio è cosa sacra, e bisogna che la natura sacrifichi qualche individuo. La ripagheremo con l'adorazione per le sue opere, e ci sarà una ragione di più per non profanarla in seguito con dei massacri inutili. Sì, massacri, perché chi vi dice che la pianta tagliata o spezzata non soffra? E' una questione che si pone in botanica, e sulla quale questa volta i nostri cari studiosi hanno detto cose eccellenti. Tutto li porta a credere alla sensibilità delle piante. Presumono questa sensibilità relativa, che agisce sordamente e oscuramente. Del grado di sofferenza non ne sanno niente, non più che del grado di vitalità, di terrore o di stress che conserva per un istante la testa umana tagliata dal suo corpo. Ciò che noi vediamo, è che la pianta sanguina e piange a suo modo. Si curva, avvizzisce, assume un aspetto molliccio infinitamente doloroso. Diventa fredda al tatto come un cadavere. La vista è desolante; la mano umana la soffoca, il respiro umano la profana. Non aveva il diritto di vivere, lei che è bella, di perciò necessaria, utile anche nelle sue terribili energie, a seconda che le sue proprietà siano più o meno ben conosciute dall'uomo che le interroga? Ci sono abbastanza inevitabili devastazioni a perseguitare le piante sulla superficie abitata della terra, e quand'anche la coltivazione, che moltiplica ed accumula alcuni vegetali per utilizzarli a nostro vantaggio, non le raggiungesse, i denti di ruminanti e roditori, le pinze o le proboscidi degli insetti, lascerebbe loro poco riposo. È qui che la prodigalità della natura e l'ardore della vita esplodono e che sono piuttosto spettacolari, affinché tutto ciò che la pianta deve nutrire sia ampiamente fornito senza che essa cessi di rinnovare l'inesauribile tesoro della sua esistenza.
Ma salviamo il salvabile. Il gusto dei fiori si è talmente diffuso che se ne fa un consumo inaudito in risposta ad una produzione artificiosamente enorme. Le piante sono entrate, come gli animali, nell'economia sociale e domestica. Si sono trasformate come loro, sono divenute monstre o meraviglie secondo i nostri bisogni o le nostre fantasie. Hanno acquisito le stesse attitudini di docilità e, se posso dirlo, di servilismo, che creano tra loro e la loro primitiva natura un divorzio vero e proprio. Non m'interesso moralmente al cavolo cappuccio e alle zucche gialle che vengono infilzati e mangiati.
Questi schiavi si sono ingrassati al nostro servizio e a nostro uso e consumo. I fiori delle nostre serre hanno acconsentito a vivere in cattività per compiacerci, per ornare le nostre dimore e rallegrare i nostri occhi. Sembrano fieri della loro sorte, futilmente soddisfatti dei nostri omaggi e avidi delle nostre cure. Noi non notiamo affatto quelli che protestano e languono. Questi ultimi, gli indipendenti che non si piegano alle nostre esigenze, sono quelli che giustamente m'interessano e che chiamerei volentieri i liberi, i veri e degni figli della natura.
La loro ribellione è anche cosa utile all'uomo. Lo stimola e lo costringe a studiare le proprietà del suolo, l'azione degli agenti atmosferici e tutte le conseguenze dell'ambiente dove la vita adotta certe forme come fucina delle sue attività. Le drosere, le parnassie, le pinguicule, le lobelie delle nostre terre torbose non sono facili da acclimatare. La vallisneria non compie le sue strane evoluzioni matrimoniali in tutte le acque. Il cardo (Carduus galactites) non si installa dove a noi sembra che il suo magnifico fogliame ornamentale stia bene; le orchidee dei nostri boschi tendono a eziolare nelle nostre aiuole; l'Orchis militaris viaggia misteriosamente per andare a ritrovare l'ombra; il latte di gallina (Ornithogalum umbellatum) esce dall'aiuola e va a fiorire nel prato; la graziosa Veronica didyma, che vuole fiorire in ogni stagione, scala i muri esposti al sole e si fa Parietaria.

Per avere una folla di incantevoli piccole indigene, per ritrovare i graziosi gruppetti e i rigogliosi prati selvatici, dobbiamo riprodurre con grande cura il letto naturale dove nascono, ed è per caso che ci capita di aver successo, visto che quasi sempre una piccola circostanza assolutamente indispensabile sfugge alle nostre previsioni e la pianta, così rustica e così robusta altrove, si mostra di una delicatezza sdegnosa o di una nostalgia ostinata.

Ecco perché ai giardini organizzati e curati preferisco quelli dove il terreno, ricco di flora autoctona, permette il completo abbandono, cioè che talune zone siano lasciate a se stesse. Suddividerei volentieri le piante in due classi, quelle che l'uomo altera e trasforma a suo uso e consumo e quelle che crescono spontaneamente. Fronde, fiori, frutti o verdure: coglietene ad libitum. Voi seminate, voi piantate: vi appartengono. Seguite l'equilibrio naturale, create e distruggete. Non rovinate però inutilmente quelle appartenenti al secondo gruppo. Sono ben più delicate, più preziose per la scienza e per l'arte, queste male erbe, come le chiamano i contadini e i giardinieri. Sono vere, sono individui, esseri completi. Ci parlano nella nostra lingua che non si compone di parole ibride e vaghe. Presentano caratteri certi, durevoli e, quando un ambiente ha impresso alla specie una rilevante modifica, che se ne crei o meno una specie nuova, osservata e classificata, il carattere persiste insieme all'ambiente che l'ha prodotto. La passione dell'orticoltura fa così tanti progressi che a poco a poco tutte le specie originarie spariranno come forse è sparita la specie primordiale di grano. Penetriamo dunque con rispetto nei santuari dove la montagna e la foresta nascondono e proteggono il giardino naturale. Ne ho scoperto più di uno, anche abbastanza vicino a luoghi abitati. Un boschetto di rovi, un angolo allagato dal corso disordinato di un ruscello, li aveva conservati immuni dall'impronta umana. In casi simili, mi guardo bene dal divulgare queste scoperte. Tutto verrebbe distrutto.

Sulle verdi cime dell'Alvernia ci sono giardini di genziane e di statici di una bellezza inaudita e di un profumo squisito. Nei Pirenei, a Gèdres e non solo, sulla sommità dell'altopiano del Cambasque vicino a Cauterets, al confine de La Creuse, negli aspri micascisti a strapiombo e in certi meandri dell'Indre, negli squarci calcarei della Savoia, nelle oasi della Provenza, dove noi siamo stati insieme prima della stagione dei fiori, ma che io avevo esplorato nella buona stagione, ci sono santuari dove voi passereste ore senza cogliere o calpestare niente se, anche una sola volta, avrete voluto rendervi consapevole della bellezza di una pianta libera, felice, completa, intatta in tutte le sue parti e offerta a sazietà dall'ambiente che ha scelto.

Se il fiore è l'espressione suprema della bellezza in certe piante, ce ne sono molte altre in cui l'antesi è misteriosa o poco appariscente ma non per questo meno mirabile. Voi non siete insensibile, lo so, alla grazia della struttura e alla freschezza del fogliame, poiché amate appassionatamente tutto ciò che è bello. Ebbene, ci sono nella flora più comune una marea di cose infinitamente belle che voi ancora non amate perché ancora non le vedete. Non è la vostra intelligenza che si rifiuta, è il vostro occhio che non è esercitato a vedere tutto. Eppure il vostro occhio è giovane, mentre il mio, affaticato e quasi spento, distingue un piccolissimo filo d'erba dalla sua nuova fisionomia. Perché è addestrato alla ricerca come un cane alla caccia; ed ecco il piacere, ecco il divertimento silenzioso, ma ardente e continuo che ciascuno può acquisire, se ne ha voglia. Imparare a vedere, ecco il segreto degli studi naturali. È quasi impossibile vedere con chiarezza tutto ciò che racchiude un metro quadro di giardino naturale, se lo si esamina senza nozioni di sistematica. La sistematica è il filo d'Arianna nel labirinto della natura. Che questa classificazione sia più o meno semplice o complicata, poco importa, purché sia classificazione e che ci si disponga con docilità a imparare.

Ciascuno è libero, col tempo e i saperi acquisiti, di rettificare a suo giudizio o in coscienza le classificazioni azzardate o incomplete dei professori. Adottiamo un metodo e non ripensiamoci. Lo scopo di uno spirito artistico e poetico come il vostro non è di accontentarsi di conoscere in modo infallibile tutti i nomi affascinanti o barbari dati alle meraviglie della natura; il suo scopo è di servirsi di questi nomi, quali che siano, per formare i gruppi e distinguere i tipi. I principali sono così facili da ottenere che bastano pochi giorni per impadronirsi delle famiglie. Le tribù e i generi si collegano progressivamente con chiarezza estrema. La distinzione delle specie esige più pazienza e attenzione; è un lavoro normale, abituale, prolungato e pieno di fascino per la definizione. Si commette a lungo - forse sempre - più di un errore, a causa dei caratteri secondari sui quali si basa la specie, che sono a volte molto variabili o difficili da cogliere, anche con la lente o il microscopio. Potete ben fermarvi là, se avete raggiunto lo scopo, che è di aver visto tutto ciò che c'è di stupendo da vedere nella pianta. Tuttavia quest'ardua ricerca non nuoce. La lente vi rivela delicatezze infinite, differenze di tessuto, apparati respiratori o sudoripari molto misteriosi, appendici di peli trasparenti che somigliano a un microscopico barbume vetroso, a volte disposti a stella, a volte come un vello, a volte disposti lungo lo stelo e intervallati con i nodi, a volte composti da fini setole segmentate o terminanti in una sferetta perlacea. Queste appendici, disposte a volte sullo stelo in alto o in basso, a volte sul calice, sul bordo delle foglie o dei petali, costituiscono talora una parte essenziale dei caratteri. Se non ci informano sempre esattamente, è una ben piccola sfortuna; l'importante è d'aver visto questa parure meravigliosa che il più umile fiorellino non rivela a occhio nudo e che, per cercarla con la lente, bisognava ben sapere che esistesse o che dovesse esistere.
Vi cito questo piccolo fatto tra mille. Se si studia una pianta in tutti i suoi dettagli, si è colpiti da una prima unità progettuale veramente magistrale, che dà origine a infinite varietà e collega ogni varietà al grande tipo primordiale tramite sottotipi mirabilmente ingegnosi e logici.
Quanto a me, m'imbarazzano pochissimo le questioni religiose o materialiste che l'ordine della natura solleva. È piaciuto a grandi menti trovarvi disordine o quanto meno lacune o iati. Per mio conto vi trovo tanta arte e scienza, tanto spirito e tanto genio, che attribuirei volentieri le apparenti lacune della creazione a quelle del nostro cervello. Noi non sappiamo tutto, ma ciò che vediamo è molto soddisfacente e, che la vita si sia lanciata sulla terra in semenza o in spirale, in reticolo o in un getto unico, con terremoti o con alluvioni, mi occupo di guardare e mi accontento di ammirare.
Per concludere, lo studio dei dettagli non può fare a meno del metodo. Il metodo impone la ricerca, che non è che un uso ben fatto dell'attenzione. L'attenzione è un esercizio dello spirito che crea una nuova capacità, la visione netta e completa delle cose. Là dove l'appassionato senza studio non vede che masse e colori confusi, l'artista naturalista vede il dettaglio e allo stesso tempo l'insieme. Che abbia bisogno oppure no per la sua arte di questa facoltà acquisita, non ne so nulla; e non è quello lo scopo che ho cercato, né ci ho mai pensato; ma che ne abbia bisogno per la sua anima, per la sua crescita interiore, per la sua salute morale, per sua consolazione nello scoramento della vita sociale, per ritrovare forza nell'abbattimento del disastro e il richiamo del dovere, ecco questo non è fonte di dubbio per me. Si arriva ad amare la natura intensamente come un grande essere appassionato, potente, inesauribile, sempre sorridente, sempre pronto a parlare di ideali e a rinnovare il povero piccolo essere turbato e tremante che noi siamo.
Sono arrivato a pensare che era un dovere imparare a studiare, anche nella vecchiaia e senza preoccuparsi del termine più o meno vicino che metterà fine all'impresa. Lo studio è l'alimento dell'immaginazione, che è essa stessa di grande profitto per l'anima, a condizione di avere un buon alimento. Se ogni giorno che passa fa penetrare un po' di più nella nostra intelligenza nozioni che la infiammano e stimolano il cuore, nessun giorno è perduto e il passato che scorre non è un bene che ci sfugge. È un ruscello che si affretta a riempire il fontanile dove potremo sempre appagare la nostra sete e affogare il rimpianto della giovinezza. Si dice gli anni più belli! Metaforicamente, i più belli sono quelli che abbiamo reso più sensibili e più percettivi; di conseguenza, l'anno in cui si percorre la via del proprio progresso è sempre il migliore. Ciascuno è libero di farne esperienza.
Non ci sono solo piante nella natura: dapprima c'è tutto; ma cominciate con un settore, e, quando l'avrete compreso, ne afferrerete più facilmente un altro, la fauna dopo la flora, se così vi piace. La pietra non sembra molto eloquente in mezzo a tutto questo. Essa lo è, tuttavia, questa grande architettura del tempio; è la storia geroglifica del mondo e, studiandola, anche nelle minuzie mineralogiche, che sono più divertenti che istruttive, si completa in sé il senso visuale del corpo e dello spirito. Queste misteriose operazioni della fisica e della chimica hanno impresso anche ai più piccoli oggetti fisionomie suggestive che l'occhio del primo venuto non coglie.

Nessuna roccia si assomiglia; ogni masso ha il suo senso e la sua espressione; ogni forma, ogni linea ha la sua ragione d'essere e s'imbellisce del grado di logica che la sua potenza manifesta. I grandi accidenti come i grandi livellamenti, le fiere montagne come le steppe immense, hanno aspetti inesauribili di diversità. Quando la natura non è bella, è perché l'uomo l'ha cambiata; vedere la sua bellezza dov'è e vederla in tutto ciò che la costituisce è il prezioso risultato dello studio della natura, ed è un errore credere che tutti siano in grado d'improvvisare questo risultato. Per sentire bene la musica, bisogna conoscerla; per apprezzare la pittura, bisogna averla molto interrogata nelle opere dei maestri. Sono tutti d'accordo su questo punto, eppure tutti credono di vedere il cielo, il mare e la terra con occhi competenti. No, è impossibile; la terra, il mare e il cielo sono il risultato di una scienza più astratta e di un'arte più ispirata rispetto alle nostre opere umane. Trovo inoffensive le persone sincere che confessano la loro indifferenza per la natura; trovo irritante chi pretende di comprenderla senza conoscerla e che fa mostra di ammirarla senza vederla. Questa verbosa e pretenziosa ammirazione descrittiva da parte di quelli che vedono malamente rende per forza taciturni coloro che vedono meglio, e che sentono d'altronde profondamente l'incapacità delle parole di tradurre l'infinito del bello.

Ecco quello che volevo scrivervi a proposito della botanica. Non ditemi più che la conosco. Assorbo quanto posso, ecco tutto. Mai saprò. Senza memoria, si è eternamente ignoranti; ma essere consci della propria ignoranza, è sapere che c'è un mondo incantato dove si vorrebbe sempre infilarsi e, se si resta sulla soglia, non è perché piaccia starsene fuori nella sterilità e nell'impotenza, è perché non si è dotati; ma almeno si è ricchi di desideri, di slanci, di sogni e di aspirazioni. Il cuore vive di questa sete di ideali. Ci si dimentica di se stessi, si sale in una regione dove la personalità si cancella, perché il sentimento, direi quasi la sensazione di vita universale, prende possesso del nostro essere e lo spiritualizza, disperdendolo nel grande tutto. È forse qua il significato della misteriosa parola contemplazione che, presa nell'accezione materiale, non vuol dire niente. Guardare senza essere commossi da ciò che si vede sarebbe un godimento vago e di breve durata, sempre che godimento sia.

Guardare la vita agire nell'universo proprio mentre agisce in noi, è sentirla universalizzata in sé e personificata nell'universo. Levate gli occhi al cielo e vedrete palpitare la luce delle stelle; ogni loro palpito risponde alle pulsazioni del nostro cuore. Il nostro pianeta è uno dei piccoli esseri che vivono dello scintillio di questi grandi astri, e noi, esseri più piccoli, viviamo degli stessi effluvi di calore e di luce.
La stella sta a noi come il sole sta alla terra. Tutto ci appartiene, poiché noi apparteniamo a tutto, e questo perpetuo scambio di vita si opera nello splendore del più sublime spettacolo e del più mirabile meccanismo che ci sia possibile concepire. Tutto vi è bello, da Sirio, che attraversa l'etere con una freccia di fuoco, fino all'occhio microscopico dell'impercettibile insetto che riflette Sirio e il firmamento. Tutto vi è grande, dal fiume di mondi che si chiama Via Lattea fino al ruscelletto della prateria dove nel suo fiotto imperlato scorre un mondo di piccoli esseri straordinariamente forti, agili, dotati di una vitalità intensa, quasi irriducibile. Tutto vi è felice, dalla grande anima del mondo che rivela la sua gioia di vivere nella sua eterna attività fino all'essere che si lamenta sempre, l'uomo! Sì, l'uomo è infinitamente felice nei suoi veri rapporti con la natura. C'è il bello negli occhi, il vero è nell'aria che respira, il buono è nel suo cuore, poiché è felice quando fa il bene, e triste, stupido o folle quando fa il male.
Chi gli impedisce d'essere se stesso? La sua ignoranza dell'ambiente dove esiste, unita all'indifferenza per il bene che è alla sua portata. La razza umana è una creazione troppo moderna per aver stabilito una vera relazione con il vero dell'universo. Straordinariamente dotata, si agita fuor di misura prima di insediarsi nel suo ambiente, e si potrebbe dire che essa non esiste ancora se non per l'inquietudine e il bisogno di esistere. E' in possesso di un senso meraviglioso, che sembra mancare alle altre creature terrestri, ossia il bisogno di conoscere e di sentire i suoi rapporti con l'universo, che cerca penosamente attraverso tutti i miraggi che le crea la mirabile potenza dello spirito e dell'immaginazione. La ragione umana è ancora incompleta. Lo storico dell'umanità se ne stupisce e spaventa. Lo storico della vita, il naturalista, può anche affligersene, ma non è né sorpreso né scoraggiato. Le cifre della durata non sono per lui che palpitazioni dell'astro eternità.

L'uomo è obbligato a essere, è dunque costretto ad arrivare all'esistenza normale e completa, che è la felicità. Ne ebbe la rivelazione fugace il giorno in cui scrisse sul frontone dei templi tre parole sacre che riassumevano l'intero scopo della sua vita filosofica, sociale e morale. Queste parole sono cancellate dal vessillo che dirige la falange umana. Sono rimaste vive nell'universo che le ha intese. Provate a strapparle dall'anima del mondo! Soffocate il sussulto che la terra ne ha provato, fate che siano eliminate dal libro della vita! Sì, sì, provate! Si può confondere o sospendere tutto ciò che appartiene al regno delle idee, ma uccidere un'idea è tanto vano, tanto impossibile come voler annientare la vibrazione di un suono lanciato nello spazio. Tirate centomila colpi di cannone per impedire che lo si senta. Il dio Pan se la ride del baccano, e l'eco rimanda il canto misterioso del suo piccolo flauto prima ancora che le vostre micce siano accese.
Libertà, sola condizione del vero funzionamento della vita; uguaglianza, indispensabile nozione del valore di ogni essere vivente e della necessità della sua azione nell'universo; fraternità, complemento dell'esistenza, applicazione e coronamento dei due primi termini, azione vitale per eccellenza.
Si dice che la Rivoluzione sia stata un'esperienza mancata. Non si comprende questa battuta d'arresto che in un senso relativo, puramente storico. Il fermento della linfa nell'umanità può anche non aver prodotto nel momento dato tutto l'accrescimento di vitalità intellettuale e morale che i filosofi di quella grande epoca dovevano aspettarsi; ma è la legge stessa della natura che ha voluto così. La vita si compone di azione e di riposo, di consumo di energia nella veglia e di recupero dell'energia nel sonno, di vita sotto forma di morte e di morte sotto forma di vita. Niente si ferma e niente si perde. Questo è l'ABC della scienza, che si definisca spiritualista o positivista. Come dunque si perderebbe una formula che ha fatto salire l'uomo un gradino più alto nella serie del perfezionamento che la legge dell'universo impone alla sue specie?
Addio, e vogliamoci bene.