LA PRONUNCIA DEL LATINO BOTANICO
a cura di Mariangela Barbiero

 

     
 
Il latino botanico è essenzialmente una lingua scritta, ma i nomi scientifici delle piante ricorrono spesso nel discorso. Come siano pronunciati importa veramente poco, purché suonino gradevolmente e siano capiti da tutti gli interessati. È molto probabile che questo si ottenga pronunciandoli in conformità delle regole della pronuncia latina classica. Ci sono comunque molti sistemi, in quanto si tende a pronunciare le parole latine in analogia con le parole della propria lingua. Anche all'interno dell'impero romano, quando il latino spodestò le lingue originali, ognuna con sue cadenze proprie, ci dovevano essere grandi diversità di pronuncia da regione a regione, come appare evidente nelle lingue romanze (spagnolo, italiano, ecc), che ne discendono.
 
     

Così comincia la sezione dedicata alla pronuncia nel IV capitolo del volume 'BOTANICAL LATIN' di William T Stearn. Non l'ho tradotta e trascritta integralmente, non ho riportato cioè quelle parti in cui il riferimento e il confronto con la lingua inglese non sono utili allo svolgimento della materia. E prosegue:

     
 

Questa mancanza di uniformità nella pronuncia indusse Erasmus nel 1528 a pubblicare il suo De recta Latini Graecique Sermonis Pronunciatione, dove descrive un ambasciatore francese che alla corte dell'Imperatore Massimiliano fece un discorso in latino 'con un accento così gallico che gli italiani presenti pensarono che stesse parlando in francese; un tedesco, chiamato a replicare diede l'impressione che stesse parlando in tedesco; un danese, che parlò per terzo avrebbe potuto essere scozzese, tanto meravigliosamente riprodusse l'accento scozzese'. Ciononostante le persone erano in grado di farsi capire. Nel 1735-6 Linneo visitò la Germania del nord, l'Olanda, l'Inghilterra e la Francia, usando il latino come lingua franca, dato che sapeva ben poco oltre al suo svedese natio.

Nei paesi anglofoni sono due i metodi adottati: la pronuncia inglese tradizionale, generalmente usata da giardinieri e botanici, e la pronuncia accademica 'riformata' o 'restaurata' adottata dagli studiosi di lingue classiche, e ritenuta 'ragionevolmente vicina per approssimazione alla pronuncia della lingua parlata dalla popolazione colta dell'antica Roma'. Questa pronuncia accademica è più vicina di quella inglese tradizionale alla pronuncia generalmente adottata dagli europei continentali.

 
     

Probabilmente, come afferma William t. Stearn, gli europei continentali adottano la pronuncia accademica classica, ma in Italia per la pronuncia del latino ci sono due scuole, una che si rifà al latino medievale, da cui la nostra lingua discende direttamente, e che coincide con il latino ecclesiastico, l'altra che invece ha già da qualche decennio adottato il latino 'restaurato'. Le differenze di pronuncia più vistose tra le due scuole riguardano la lettera 't' seguita dai dittonghi iu, ia, io, ie, ii, e la lettera 'c'.
Nel latino restaurato Impatiens non si legge 'Impaziens', Kentia non si legge Kenzia, la 't' dunque mantiene il suono di 't'. E la lettera 'c' ha un suono duro anche davanti alle vocali 'i' e 'e'.
Ma proseguendo, vedremo che in latino una parte determinante gioca l'accento tonico.

     
 

In latino la pronuncia di una parola è determinata non solo dai suoni delle singole lettere individuali, ma anche dalla lunghezza (quantità) delle vocali, che possono essere 'lunghe' o 'brevi', a seconda del tempo impiegato nel pronunciarle, e la loro 'quantità' influisce moltissimo sulla posizione dell'accento tonico.

 
     

In ogni dizionario di latino e in parte anche nell'esposizione di William T Stearn, il valore lungo o breve delle vocali è indicato da simboli posti sopra la vocale (a somiglianza degli accenti gravi o acuti: una lineetta per indicare che la vocale è lunga, un archetto con le estremità rivolte verso l'alto per indicare che la vocale è breve). Questi simboli non sono disponibili nel sistema di videoscrittura di questo programma. Per facilitare la comprensione ho trascritto la vocale lunga in colore rosso e la vocale breve in colore verde. Nel testo di W.T. Stearn la divisione delle sillabe si confoma alla grammatica inglese; poiché questo non è di nessun interesse per lo sviluppo del discorso, per facilitare la lettura, ho usato la divisione prevista dalla grammatica italiana. Per esempio la parola magnus in inglese si divide (e si legge conseguentemente) mag-nus. Più ostico è capire la differenza nella parola 'cotoneaster'... forse un inglese potrebbe leggere 'cotonister' (ea = ii)... Ma andiamo avanti con Stearn.

     
 

Le parole che contengono più di una vocale o dittonghi (cioè due vocali pronunciate con una sola emissione di voce) sono divise in sillabe. Così al-bus, ple-nus, ma-gnus, ecc. sono bisillabe. L'accento tonico, indicato dal segno ', nelle parole bisillabe cade sulla prima sillaba.

In latino si pronuncia ogni vocale, perciò co-to-ne-a-ster e non co-to-nea-ster. Lo stesso vale per il suffisso greco latinizzato -o-i-des (e non -oi-des) che sta a significare 'come', avente la forma di.

Gran parte delle parole sono polisillabe (al-bi-dus, ple-ni-flo-rus, ma-gni-fo-li-us, ros-ma-ri-ni-for-mis, o-phi-o-glos-so-i-des, Co-stan-ti-no-po-li-ta-nus, ecc.).
Nelle parole polisillabiche del latino classico l'accento cade:
- sulla penultima sillaba quando questa sillaba è lunga (cioè quando finisce in una vocale lunga o con un dittongo (for-mo'-sus), o quando due consonanti disgiungono le due ultime vocali (cru-en'-tus)
- sulla terzultima sillaba quando la penultima è una sillaba breve (flo'-ri-dus, la-ti-fo'-li-us, sil-va'-ti-cus).

I dittonghi sono considerati vocali lunghe. Comunque, quando due vocali si trovano unite in una parola latina senza formare un dittongo, la prima vocale è breve (car'-ne-us). Questo non si applica nelle parole di origine greca, quindi gi-gan-te'-us.

Anche il suffisso -inus ha una pronuncia variabile. In talune parole la 'i' è lunga (al-pi'-nus), mentre in altre, di origine greca di solito è breve, come se-ro'-ti-nus, bom-by'-ci-nus, hy-a-cin'-thi-nus.

 

 
     

A questo punto della lettura tutti abbiamo rivolto un pensiero alle ortensie! Dunque finalmente sappiamo che la pronuncia corretta è Hydrange'a, visto che è una parola di origine greca, mentre Bougainvillea, che non è di origine greca, fa Bougainvil'lea (come car'neus).

     
 

Le regole sopraccitate si applicano sia alla pronuncia latina accademica riformata che a quella tradizionale inglese. La pronuncia del latino ecclesiastico, invece, si basa sulla pronuncia italiana moderna. La c, per esempio, di fronte alle vocali i ed e è dolce, mentre nella pronuncia accademica riformata è dura (dunque Cicero nel primo caso e Kikero nel secondo).

 
     

A questo punto siamo tutti contenti, sia quelli della scuola del latino restaurato sia gli altri, visto che si trovano in buona e numerosa compagnia (con l'aggiunta dei prelati inglesi)! Comunque...

     
 
Qualunque sistema venga adottato, il vocabolo avrà un suono migliore, e sarà meno contestato dagli studiosi, se si osserverà la necessaria distinzione tra vocali lunghe e brevi e se l'accento tonico verrà posto correttamente, secondo la procedura latina classica. A questo scopo è utile fare riferimento a un dizionario di latino come il C. T. Lewis & C. Short, o a un manuale di botanica come il 'Manual of Botany' di M.L. Fernand, Gray (8^ ed., 1950), ponendo molta attenzione all'uso dell'accento tonico.
 
     

Naturalmente il consiglio vale per i lettori inglesi. Io personalmente uso il Castiglioni Mariotti, non perché lo trovi il migliore dizionario di latino, ma semplicemente perché lo possiedo da prima di interessarmi alla botanica. Non sono riuscita a procurarmi il Manual of Botany di M.L. Fernand; per le mie ricerche ho utilizzato Plant Names Simplified di A.T. Johnson & H.A. Smith e Gardener's Latin di Bill Neal e Vox Latina di W. Sidney Allen. Non sempre concordano sull'uso dell'accento tonico. E prima di leggere Stearn ero confusa e perplessa. Ora so invece cerco di regolarmi... almeno sui nomi di origine latina e greca, perché...

     
 

Queste regole non possono essere applicate soddisfacentemente a tutti i nomi generici e gli attributi specifici che commemorano delle persone. Circa l'80% dei nomi generici e il 30% degli attributi specifici vengono da lingue diverse dal latino e dal greco. Non esiste una regola semplice e costante per la loro pronuncia, perché i diversi popoli usano le stesse lettere per suoni diversi e lettere diverse per gli stessi suoni. Il cz del polacco corrisponde al ch inglese e al c dolce italiano, mentre il ch inglese non è lo stesso del ch francese o del ch italiano. Nella maggior parte dei casi, con i nomi che commemorano delle persone il metodo migliore è di conformare la loro pronuncia nella misura del possibile alla pronuncia di origine del nome, ovviamento col suffisso latinizzato.

Un nome così impervio come Warszewiczella si pronuncerà eufonicamente Var-sce-vi-cel'-la e non nell'improponibile Wars-zew-ic-zell-a. La prima difficoltà di questo approccio è l'attribuzione della pronuncia tedesca a Heuchera, francese a Choisya, scozzese a Menziesia, italiana a cesatianus, polacca a przewalskii, ecc. E questo è al di sopra delle forze della maggior parte dei botanici e dei giardinieri.

 
     

In realtà, per noi italiani il nome Warszewiczella è meno ostico che per gli inglesi, per i quali i W si legge U, tanto per cominciare. Non sarà di pronuncia molto morbida, ma non ha neanche un suono che non si possa riprodurre nella nostra lingua. Mentre quasi uno sciglilingua risulterebbe a tutta prima la pronuncia di Choisya, dedicata a Monsieur de Choisy: si dovrebbe leggere infatti Sciuàsia... Tuttavia non è difficile risalire alla pronuncia francese e dopo poco ci si abituerebbe anche allo scioglilingua. Ma con i nomi commemorativi ci sono ben altre difficoltà: la prima è la difficoltà di sapere a quale lingua fare riferimento, e la seconda è di scoprirne la pronuncia. Questo è il caso di Archibald Menzies, a cui è dedicata la Menziesia, che si dovrebbe, secondo queste premesse, leggere Minisia (e chi di noi lo capirebbe?), e così via. Immaginiamoci di commemorare nomi lituani, spagnoli, catalani, gallesi, bretoni, argentini, albanesi, ungheresi, egiziani, arabi, portoghesi... e immagino che molto presto dovremo confrontarci coi nomi giapponesi e cinesi. Ma questo è un mal di testa futuro.

Secondo me, la soluzione più sensata, per noi italiani, è quella di pronunciare tutti i nomi secondo la pronuncia latina, classica o restaurata che sia. In fin dei conti, nel passato illustrissimi personaggi modificavano il loro nome in latino, a cominciare da Linnaeus medesimo, il cui vero nome era von Linné (una bella miscianza di tedesco e francese... per essere il sant'uomo svedese!). E se mai dovessimo avvalerci del latino botanico con degli stranieri... esiste sempre la scrittura o la compitazione (capite meglio se dico 'spelling'? immagino con dolore di sì).

Ma le difficoltà non finiscono qui:

     
 

Anche i suffissi -ii o iae della maggior parte degli attributi commemorativi di persone creano difficoltà, se vogliamo applicare rigorosamente le regole dell'accento tonico, poiché l'accento andrebbe a cadere sulla sillaba che precede il suffisso -ii o iae, diversamente da dove per lo più andrebbe a cadere nella corretta pronuncia del nome della persona che si è inteso commemorare.

 
     

Visto che siamo gli eredi diretti del latino, non complichiamoci inutilmente la vita, ma invece onoriamoci di usare ancora la lingua degli antichi padri, di sicuro non faremo torto a nessuno. E per finire:

     
 

In taluni lavori si usa il segno della dieresi (¨) sopra la seconda delle due vocali vicine, quando rappresentino due suoni, come p.e. in Aizoön, Aloë, Cephaëlis Caënopteris, dsoëtes, -oïdes, e non un unico suono come in Arisæma, Cæspitosus, Cæsar, in cui invece, quando possibile, è meglio usare i logotipi (æ invece di ae).

 
     

Amen!